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:::>>>  IL SE’ NARRABILE, IL NOI NARRANTE di Marta De Lorenzo

 

(il ruolo della narrazione nella costruzione dell’identita’ e nel processo di counseling)

Presentare l’autobiografia come un atto solipsistico significa consegnare il sé a un mondo muto o senza vita - un mondo, in ultima analisi, reso vuoto tanto dal sé quanto dagli altri. [...] Non è stato appunto in tale vuoto che Narciso è annegato?

JANET VERNER GUNN, Autobiography. Toward a poetic of experience

Identità e narrazione
                Le nostre vite sono incessantemente intrecciate alle narrazioni, alle storie che raccontiamo e ci raccontano, a quelle che sogniamo o immaginiamo o che ci piacerebbe poter narrare. Viviamo immersi nella narrazione ripensando e soppesando il senso delle nostre azioni passate, anticipando i risultati di quelle progettate per il futuro, elaborando il nostro esserci nel qui ed ora.
L’arte del narrare è antica quanto l’uomo. Con lo sviluppo del linguaggio l’uomo ha potuto elaborare e perfezionare le sue narrazioni, trasportandosi così dal dominio della rappresentazione mimetica, caratteristica dei nostri antenati, a quello, più complesso e forbito, rappresentato dai processi del racconto e della recitazione.
E’ attraverso le strutture narrative che gli individui riescono a costruire i propri mondi, le proprie realtà. Non solo: la narrazione si presenta anche come strumento indispensabile per la creazione dell’identità dell’uomo, dal momento che, narrando, organizziamo e diamo forma alle nostre conoscenze ed esperienze.
Le responsabilità e finalità della narrazione, celate sotto un’apparente ovvietà, sono proprio quella di consentire lacostruzione della realtà e di permettere all’uomo di significare e dar forma tanto al mondo in cui vive, quanto alla sua identità in stato di perenne revisione e definizione.
La narrativa è essenziale e l’uomo esige di padroneggiarla per potersi definire. Narrare non è una scelta, è una necessità a cui l’uomo non può sottrarsi per stabilire il suo ruolo nel mondo, la propria identità e alterità. Senza la capacità di raccontare storie su noi stessi, non esisterebbe una “cosa come l’identità”. 
                Il processo di costruzione dell’identità, come dimostrano anche gli studi sulla patologia della  dysnarrativiaassociata a neuropatie come la sindrome quali di Korsakov o quella di Alzheimer,  sembra, arrestarsi in assenza della capacità di narrare, il che equivale a dire che, se privati della capacità di costruire narrazioni, gli individui smarriscono il loro senso di identità e, dunque, il loro Io.
Soltanto attraverso il dono della capacità narrativa siamo in grado di produrre un’identità che ci collochi nel mondo e in relazione agli altri. Ed è proprio nei processi relazionali che emerge vivida l’importanza delle narrazioni e la capacità di gestire, orientare e guidare i processi narrativi. Nei processi di Counseling, la narrazione (quale strumento dialogico, conoscitivo e comprensivo) riveste un ruolo fondamentale intorno al quale si dipana un intero universo di conoscenza, comprensione, elaborazione, supporto, costruzione, dedicato alla creazione e comprensione dell’identità assolutamente inscindibile dal suo ambiente e relazionata con esso.
E se nell’arte narrativa dell’autobiografia emerge protagonista un sé narrabile e narrante, ideatore e costruttore dei propri significati, in quella narrativa-dialogica compare un nuovo e meraviglioso attore, il noi narrante, in cui Io-Tu e ambiente si fondono in un unico ricco cantore di senso.
                L’autobiografia presenta la singolare e curiosa caratteristica di essere un resoconto fatto da un narratore nel “qui e ora” circa qualcosa che è esistito nel “là e allora” e la cui storia finisce nel presente, quando il protagonista si fonde con il narratore (J. S Bruner). Il pensiero narrativo, attraverso il suo aspetto retorico, come una sorta di patteggiamento con quanto si è stati,  ci “cura”, ci fa sentire meglio attraverso il raccontarci e il raccontare che diventano quasi forme di liberazione e di ricongiungimento (D. Demetrio).
Ma il ruolo dell’altro, nel processo di costruzione del racconto della propria vita e della propria identità è un punto cardine per l’essere nel mondo che vive e racconta la propria storia, il proprio sè, il proprio senso.
Siamo sempre esposti allo sguardo dell’altro che è in grado, attraverso il contatto con le nostre esperienze, di rivelarci, di scoprirci, di aiutarci a conoscerci, rifletterci. E’ il Tu di riferimento senza il quale non ci sarebbe un Io, un Io esposto, per citare la Arendt, esposto sin dalla nascita (“non si può apparire se non c’è nessun altro”) allo sguardo e alla domanda altrui: chi sei? Già sul piano meramente corporeo, all’identità è necessaria la presenza degli altri per essere riconosciuto e definito. Sin dalla nascita, ognuno di noi è chi appare agli altri.
                Ci sarebbe, dunque, un importante punto di contatto tra l’autonarrazione e la narrazione altrui sulla nostra storia di vita, in cui si fondono prospettive diverse entrambe fondamentali e irrinunciabili alla costruzione robusta e continua della definizione del sè per l’uomo. L’individuo, in una prospettiva olistica, come unità integrata mente-corpo, dentro-fuori, soggettivo e oggettivo, in costante dialettica con il mondo, esige entrambe le narrazioni per strutturare il proprio esser-ci nel mondo. Ed è qui che subentra la specialità del processo di counseling, che tende proprio ad allargare e approfondire questa visione, valorizzando lo sguardo dell’altro come elemento essenziale per una relazione sana e dialogica, e che tende a supportare l’individuo nel cogliere e significare la propria storia per riuscire a creare una nuova autobiografia, un nuovo significato.
Le competenze narrative del Counseling nella relazione Io-Tu  
                Il punto focale del counseling è il processo momento per momento, nel qui ed ora, della relazione tra il cliente e il counselor che ha l’obiettivo di costruire un incontro pieno e completo tra le due parti, sviluppando la capacità di instaurare una relazione autentica fondamentalmente caratterizzata dal dialogo: una relazione dialogica, ed è solo nel contesto di una relazione autentica che l’unicità dell’individuo, valore sacro in simili processi d’aiuto, può essere davvero riconosciuta creando le premesse e il contesto per processo sano, in evoluzione e volto alla possibilità di cambiamento. Insistendo sulla relazione “Io-Tu”, piuttosto che su quella “Io-Esso”, si vuole porre l’accento sulla necessità di arginare il rischio di trasformare l’altro in oggetto, come avverrebbe in quest’ultimo tipo di relazione, per lasciare spazio invece ad una relazione vera tra due persone uniche, in cui entrambe, come descriveva Buber, rispettano apertamente la essenziale umanità dell’altro. 
                Capacità del counselor sarà dunque quella di esortare il cliente ad essere sé stesso il più completamente e pienamente possibile, stimolando l’inscindibilità dell’esperienza corporea, del linguaggio, del pensiero e della consapevolezza, e consentendo in questo modo al cliente di assumersi la responsabilità del proprio processo di cura essendo attivo in esso. Su questo sfondo il counselor utilizzerà lo strumento narrativo come mezzo di indagine e di costruzione, di cura e di creazione, guidando la narrazione secondo le modalità della relazione “Io-Tu” e non “Io-Esso”.
                Il racconto non può essere soltanto raccontato, deve anche essere ascoltato. Ciò che viene narrato acquista valore mediante la comprensione dell’ascoltatore. Gli intrecci, pari a quelli di un romanzo, che si sviluppano durante un processo di counseling, sono creati in collaborazione, si potrebbe quasi dire che cliente e operatore siano co-autori. Compito del counselor è quello di captare se dietro la storia raccontata c’è una buona storia, come farebbe con la lettura di un romanzo e lavorare per indirizzare il cliente verso una direzione che gli prometta una vita migliore, e guidarlo nelle narrazioni attraverso i fattori di cambiamento possibili e riscontrabili, affinché autonomamente e responsabilmente il cliente possa beneficiare dell’intervento. La prassi operativa del counseling narrativo prevede il passaggio, nel processo d’aiuto, da una narrazione co-costruita (da cliente e counselor) e improntata sulla soluzione del problema, ad una co-narrazione in cui le soluzioni assumono una funzione centrale nella costruzione dei significati condivisi.
                Il cliente diviene dunque parte attiva e prioritaria nel direzionare l’intervento di counseling all’interno di una ri-narrazione in cui egli è agente dinamico e promotore del proprio cambiamento, rinarrando se stesso all’interno delle sue potenzialità intrinseche, focalizzandosi sulle soluzioni possibili già presenti nella sua esperienza o ideandone di nuove partendo però sempre dal suo punto di vista: in questo modo il cliente sperimenterà il senso dell’autoefficacia che si trasforma in un’esperienza narrativa-emozionale molto carica e in grado di restituirgli la percezione e la consapevolezza di essere agente attivo nei confronti delle scelte operative richieste dalla realtà di vita.

                In questo modo e con questo senso, per dirla con Erving Polster, indiscutibilmente, ogni vita merita un romanzo...sempre.

 

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Erving Polster


 


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