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:::>>>  RE-COUNSELING: L’utilizzo dei materiali riciclati nell’Artcouseling di Luciano Ridolfi

 

“…nel sogno che più tardi dimentico,

era nella discarica della sua infanzia

e camminava sopra una montagna di rifiuti…”

Paul Auster

 

Premessa


Laura Perls definiva la Gestalt come un concetto estetico e filosofico e deplorava il bagaglio ristretto di alcuni psicoterapeuti ( ma il concetto si può estendere anche all’Artcounseling) che finiva per limitare la loro pratica.  Molti fenomeni interpersonali legati alla psicosi finivano per non essere compresi, per lei la psicoterapia deve essere tanto arte quanto scienza, l’intuizione e l’immediatezza dell’artista sono necessarie per un terapeuta quanto la preparazione scientifica, l’abilità in ambito artistico facilita la comprensione di aspetti della personalità non facilmente intuibili.  In pratica ciò implica, per esempio, l’arte di cogliere un quadro più ampio, di focalizzare l’attenzione su un dettaglio e vederlo in prospettiva, di percepire una situazione e di vederla da più punti di vista, di acquisire una sensibilità per le atmosfere e gli stati d’animo sapendo rivestire i panni degli altri. Molte delle intuizioni di questo lavoro sono nate da questa filosofia di fondo.



Scarti materiali e recupero emotivo


Scopo di questo lavoro è affrontare il tema del riutilizzo dei materiali scartati dalla nostra quotidianità per renderli espressivamente proficui nella relazione d’aiuto.

Sono tre gli aspetti salutari del riciclo inserito nell’Artcounseling : recupero, riparazione, integrazione 

Il recupero è assimilabile a un processo di riappropriazione: si recupera l’oggetto o il materiale e, nell’ambiente protetto della relazione con il Counselor, si recupera anche la sensazione o il sentimento che ci fa affiorare, questo sentimento opportunamente analizzato ed espresso creativamente,  apre le porte alla fase della riparazione o anche della ricollocazione dei vissuti profondi disfunzionali. La fase conclusiva del processo è quella di integrazione, che rielabora la ricollocazione integrando gli aspetti disfunzionali, accettati e riconosciuti nella nuova situazione 

La mia ipotesi di lavoro lega strettamente l’inconscio con gli scarti della nostra vita quotidiana. 

I materiali abbandonati assumono un ruolo metaforico centrale nel ri-contattare  immagini, ricordi ed emozioni rimosse.

Gli scarti della società industriale, ma forse sarebbe meglio dire gli scarti di noi stessi, cessano di essere solo i muti testimoni del degrado della nostra società acquistando un valore espressivo fondante nel processo di riequilibrio di eventuali aspetti critici profondi della nostra personalità. Toccare gli scarti, prenderli in mano, trasformandoli, ci può aiutare a non avere più paura della barbarie produttiva costruita su “un modo di produzione  antitetico alle leggi della natura”, ma ancor di più ci può aiutare a non aver paura di noi stessi  e di tutto ciò che nel profondo ci scuote.

Oltre al legame metaforico profondo con l’inconscio, i materiali riciclati colludono proficuamente  con la nostra parte “ombra” Come aveva intuito  Jung esiste in noi una parte ombra della nostra personalità, alternativa alle scelte che hanno contribuito a costruirci come persone nella nostra vita.  In questo strato inferiore della personalità ci sono gli istinti repressi, impulsi moralmente riprovevoli, ma anche qualità e slanci creativi. L’ombra riveste il ruolo di compensazione, e non a caso per Jung, è il primo passo che il paziente compie in analisi.  Avere confidenza con i materiali di scarto è compiere il primo passo verso quella compensazione intuita da Jung in modo reale e tangibile, è come se scoprissimo, nascosti negli scarti, i pezzi dispersi della nostra ombra.

Quindi, l’Artcounseling riesce a mettere in relazione: scarti e creatività con inconscio e parte ombra. L’aspetto della creatività risulta determinante nel mediare con parti tanto complesse della nostra personalità.

Freud afferma che la creatività è una risposta positiva a un desiderio inconscio infantile, di natura prevalentemente sessuale, che sia stato frustrato e poi rimosso -cioè dimenticato- dalla mente.
Ma rimuovere gli eventi dolorosi o traumatici semplicemente dimenticandoli causa nevrosi, il malessere della psiche che nasce quando si seppelliscono nell'inconscio fatti dolorosi che comunque, in un modo o nell'altro, provano a riaffiorare in altra forma: compulsioni, gesti illogici, tic, manie, ossessioni che solo in apparenza sono senza motivo. 
Ma c'è un'altra possibilità: trovare uno sfogo creativo per la nevrosi. 

Per Arieti l’individuo capace di produrre creatività straordinaria conserva una possibilità più grande della media di accesso alle immagini, alla metafora, alla verbalizzazione accentuata ed altre forme connesse al processo primario, che è inconscio o preconscio, questo è uno dei pilastri fondanti dell’utilizzo del processo creativo nella relazione d’aiuto e nell’arteterapia. Sia il sognatore che lo schizofrenico che l’individuo creativo, condividono un accesso facilitato alla sfera primaria, ma mentre lo schizofrenico ne resta intrappolato e il sognatore perde le sue suggestioni notturne quando si confronta con le logiche del giorno, l’individuo creativo seleziona adotta e adatta materiali primari innescando il pensiero logico e integrato che appartiene al processo secondario. La magia della sintesi creativa – il processo terziario – richiede una dose superiore di passività ricettiva, quella che permette ai materiali primari di emergere improvvisamente, inaspettatamente, di getto come in un lampo, durante la meditazione, la contemplazione, il fantasticare, il rilassamento, l’assunzione di droghe, i sogni… ma chiede anche una dose superiore di attività intenzionale e consapevole per gestire quei materiali adeguatamente.

E’ una magia – dice Arieti – di cui la persona creativa rimane la depositaria, un segreto che non può rivelare né a se stesso, né a gli altri.

 

In conclusione…

Da Rimbaud al Dada ai Surrealisti, l’imperativo categorico sul dover essere moderni si sposa con la passione per frammenti, oggetti, rovine della storia ormai perdute per la storia: nuovi silenzi che sorgono là dove poco prima c’era un linguaggio capace di parlare dell’esperienza originale e della motivazione di quegli oggetti proprio alle atmosfere apocalittiche della terra desolata eliotiana, come già accennato, che Auster sembra guardare nel Paese delle ultime cose. La giovane protagonista di questo romanzo, Anna Blume, si ritrova a ingaggiare terribili lotte quotidiane in una metropoli infernale, nella speranza di ritrovare il proprio fratello. Costretta a sopravvivere a ogni genere di intemperie e brutalità umane, Anna diviene per necessità una cercatrice di oggetti. Il suo lavoro giornaliero, data la scarsità quasi totale di risorse, consiste nell’andare in giro con un carrello cercando frammenti di ogni genere ai bordi delle strade.

La drammatica mancanza di risorse alimentari ed energetiche è testimoniata in questo romanzo dall’esistenza di “Centri di Trasformazione”, che rievocano l’orrore nazista dei forni crematori. D’altronde, la stessa figura della giovane protagonista, omonima di Anna Frank ed ebrea come l’autrice del Diario, sembra un monito contro il ripetersi delle atrocità della storia.
In una città dove il ciclo produttivo si è arrestato e i rifiuti hanno assunto l’importanza fondamentale del bene riciclabile, anche il linguaggio subisce lo stesso trattamento degli oggetti. 

Le parole di solito hanno una durata leggermente più lunga delle cose, ma alla fine anch’esse decadono insieme con le rappresentazioni che un tempo evocavano. Intere categorie di oggetti scompaiono – vasi da fiori, per esempio, o filtri di sigarette, o elastici – e per un certo periodo di tempo sei in grado di riconoscere queste parole anche se non ricordi il loro significato. Ma poi, a poco a poco, le parole divengono solo suoni […] e finalmente il tutto va a finire in discorsi inarticolati 

Prende così forma l’incubo che già ossessionava il vecchio Stillman di Città di vetro, anch’egli cercatore di oggetti (e di parole) come Anna Blume. 
In entrambi i romanzi la tematica dei rifiuti metropolitani, sebbene assuma sfumature diverse, sembra preannunciare  foschi scenari per il futuro della civiltà occidentale, oberata dai propri scarti e incapace di stabilire nuove connessioni tra oggetti e linguaggio. Quinn, in Città di vetro, il finto detective, e scrittore in crisi, finisce per andare a vivere in un bidone della spazzatura per meglio spiare l’abitazione di Stillman. Ed è proprio lì, tra digiuni forzati e lunghe veglie, che il personaggio, fino a quel punto inerte e insoddisfatto della propria vita, riesce paradossalmente a darsi un ritmo vitale e a trovare persino un piccolo momento di serenità.

Se muoiono gli oggetti  moriranno anche le parole e il linguaggio come  aveva intuito Focault non servirà più e una parola come  woste (rifiuto in inglese) ma anche deserto, il nulla, distruzione, avrà compiuto il suo triste presagio etimologico.

 Gli oggetti si consumano e vengono abbandonati  così come le parole deperiscono facilmente modificando il linguaggio. Non è quindi un caso che il Counseling rappresenti un valido  antidoto  al disagio della nostra vita quotidiana essendo strutturato sulla costruzione di un linguaggio condiviso capace di dare un nome alle nostre emozioni. Come non è un caso l’utilizzo dei materiali da riciclo come scorie emotive della nostra modernità. 
 

Luciano Ridolfi


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