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:::>>>  ALCUNE LINEE GUIDA SUL COUNSELING: UNA METODOLOGI EMINENTEMENTE PROCESSUALE di Caterina Bonfiglio

 

Chi  anche solo  in  una certa  misura è
giunto  alla libertà  della  ragione,  non
può mai sentirsi sulla  terra  nient’altro
che un viandante, non  un  viaggiatore 
diretto a una meta  finale. (…) Quando
silenziosamente, nell’equilibrio  dell’ani-
ma  mattinale,  egli  passeggerà  sotto 
gli alberi, gli  cadranno intorno  dalle ci-
me e dai  recessi del  fogliame  solo co-
se buone e chiare, i doni di  tutti quegli
spiriti liberi che abitano sul  monte, nel 
bosco e nella  solitudine  e che, simili a 
lui, nella loro maniera ora gioiosa e ora
meditabonda  sono  viandanti e filosofi. 
Nati dai misteri del mattino, essi  medi-
tano come  mai  il giorno, fra il decimo 
e  il  dodicesimo  rintocco  di  campana
possa avere un volto così puro, così lu-
minoso,  così trasfiguratamene sereno:
essi cercano la filosofia del mattino. 

FRIEDRICH NIETZSCHE, Umano troppo umano

 

Il termine processo nel counseling indica tutto ciò che all’interno di una seduta accade tra “terapeuta” e cliente. Tutto quello, cioè, che in termini di eventi, situazioni, contenuti, pensieri, dialoghi è attinente a questa particolare relazione. 
E’ importante tenere a mente il significato di questo concetto, perché tutto quello che avviene all’interno del processo ha in realtà il potere di influenzare l’esito stesso della relazione agevolatore-cliente, il successo o meno dell’intervento.
Il processo di counseling è influenzato da molti fattori, per cui bisogna fare attenzione a varie cose:

  1. organizzare un setting adeguato stimolante ma allo stesso tempo che sia sufficientemente adattabile alle esigenze di una clientela varia
  2. vestirsi in modo appropriato (sobrio)
  3. fare in modo che il cliente si trovi sempre a suo agio
  4. evitare interruzioni e distrazioni
  5. essere solleciti con il proprio cliente
  6. non dimenticare la riservatezza

Nel counseling non esiste un approccio decisamente più valido degli altri. Un buon counselor deve sì avere una conoscenza teorica del suo campo di applicazione, ma in generale possiamo dire che deve possedere una buona miscela di conoscenza e pratica - avere un buon repertorio di base delle tecniche di aiuto e riuscire a padroneggiarle - da usare nella relazione d’aiuto. 
Questo significa che oltre la conoscenza teorica deve possedere tutta una serie di altre qualità che ora andremo ad indagare.
 Prima di ogni cosa è necessario non dimenticare che alla base del counseling vi è sempre la capacità di costruire una buona relazione tra terapeuta e cliente. E’, cioè, di fondamentale importanza che prima di tutto terapeuta e cliente entrino in contatto, e instaurino un rapporto di sostanziale fiducia, ma ciò, necessariamente, implica tempo, tempo da dedicarsi reciprocamente.   
 Entrare in contatto vuol dire essere con il cliente, toccare di lui qualcosa di molto importante a livello emotivo, comunicare in modo veritiero. 
Vuol dire costruire quel graduale processo di avvicinamento all’altro che permetta all’agevolatore di essere in grado di stabilire un clima di fiducia tale da instaurare una comunicazione interpersonale ricca e significativa per entrambi, favorendo nel cliente la propensione ad aprirsi, a parlarci di sé, dei suoi interessi, dei suoi bisogni, a far chiarezza sui suoi vissuti, senza per questo sentirsi indotto a pensare di essere intimamente coinvolto con colui, il quale, gli sta offrendo sostegno. 
Il contatto deve essere delicato, e rispettare le eventuali paure del cliente. 
Entrare in contatto è il primo passo verso la costruzione di un’alleanza terapeutica, alla base di questo percorso-processo di fiducia, e che permette al cliente di trovare le motivazioni necessarie a proseguire il suo cammino e raggiungere quegli obiettivi per i quali ha scelto di venire in terapia.
Ma l’alleanza non può essere estorta, non si verifica cioè quando il counselor cerca di forzare il cliente al cambiamento, o quando il cliente stesso non sia sufficientemente motivato in tal senso. Il counselor deve sapersi conquistare questa fiducia conducendo il suo cliente in questo percorso di crescita, offrendogli comprensione, empatia, ascolto, rispetto e calore. 
L’ascolto in questo senso è dote essenziale di un counselor. In generale si può dire che un buon counselor, paradossalmente, deve sforzarsi di parlare il meno possibile, e comunque sempre meno di quanto non parli il proprio cliente. 
Agli inizi della propria carriera di agevolatore viene difficile non parlare, ci si può sentire in forte imbarazzo di fronte ai silenzi, alle lunghe pause del cliente. Ma il silenzio è oro. Bisogna saper rispettare i tempi di riflessione del proprio cliente, i suoi ragionamenti. Si può rassicurarlo in questo senso, mostrandogli per esempio che lo stiamo ascoltando con molta attenzione usando i cosiddetti incoraggiamenti minimali – mormorii tipo “mh-mmh”, annuire con la testa -, senza voler a tutti i costi intervenire con proprie interpretazioni o conclusioni premature e spesso disfunzionali, che non farebbero altro che interrompere il ragionamento introspettivo del cliente, perdendo quindi per sempre una serie di informazioni fondamentali.
Tranne che nell’intervista iniziale, raccolta amnestica dei dati, è compito del cliente parlare, non del counselor. 
Saper ascoltare è di per sé una forma d’aiuto, talvolta l’unico aiuto di cui il cliente ha bisogno.
Alle volte, invece, è necessario che il counselor accompagni il cliente nel suo percorso di crescita ribadendo alcuni contenuti o vissuti emotivi, così che egli ne diventi più consapevole. 
In questi casi il counselor parla al cliente limitandosi a riformulare i contenuti espressi dalle sue riflessioni, e a rispecchiare i suoi vissuti emotivi. In un altro momento (fase di elaborazione per il cliente) il counselor può dare dei feedback, in generale rafforzativi e fenomenologici  sull’ esito del percorso intrapreso dal cliente.
Ci sono delle cose che comunque il Counselor non può sottrarsi di comunicare al cliente, come per es. spiegare nei primi incontri cosa sia il counseling, tempi e obiettivi del trattamento, modalità di pagamento, e altre cose che è opportuno egli tenga a mente:

  1. Sarà soprattutto il cliente a parlare
  2. E’ probabile che il cliente dovrà durante il trattamento confrontarsi con il tema della sofferenza
  3. Il counselor è tenuto, con delle eccezioni, date da situazioni particolarmente problematiche al segreto professionale
  4. Il counselor è tenuto a ricordare al suo cliente che egli non sarà mai sottoposto ad alcuna imposizione, coercizione o vessazione da parte sua
  5. Che il setting è un ambiente protetto e sicuro, e che l’esperienza del cliente non sarà mai sottoposta a qualche giudizio di valore
  6. Ricordare che le persone in terapia non sono strutturalmente deboli
  7. La maggior parte delle persone che fanno counseling è assolutamente normale

Non ultimo tornerà utile al cliente sapere che è necessario un po’ di tempo perché possa risolvere i suoi problemi.
Il cliente può stare tranquillo circa i doveri etici del suo Counselor, in quanto tutta questa serie di informazioni vanno inserite in quella forma di contratto preliminare che viene denominato consenso informato, che tutela entrambe le parti, ma che serve anche al Counselor per chiarire al cliente le proprie responsabilità e i propri limiti.
Supporto ed empatia dunque, oltre che un’ottima dose di chiarezza e veridicità da parte dell’agevolatore sono le fondamenta principali su cui costruire una relazione di counseling efficace. 
Alle volte quando la relazione è già consolidata il counselor può spingersi a dare motivazioni razionali al percorso intrapreso dal suo cliente (es. specificando modalità operative con le quali si è voluto intervenire, l’efficacia o meno di alcune cose inerenti il suo percorso,…), o in caso di forte demotivazione del cliente a proseguire il suo iter può dichiarare apertamente il suo disagio, e fare di ciò oggetto d’indagine all’interno del processo stesso di counseling. 
Tuttavia questi esempi non possono incoraggiare il cliente a nascondersi dietro richieste di ulteriori intellettualizzazioni, ma servono al solo fine di incrementare la sua auto-consapevolezza sul percorso intrapreso e sugli obiettivi raggiunti, per motivarlo ancora di più – ove necessario - al cambiamento.
Ogni counselor sviluppa un proprio stile fatto di scelte teoriche, esperienza, background culturale. E importante però che egli tenga presente che il suo particolare approccio deve essere di volta in volta ritagliato per andare incontro alle esigenze del suo cliente. Questo vuol dire che è buona cosa tenere a mente anche ciò che in generale si è sperimentato aver funzionato con i propri clienti e cosa no, in modo da adeguarsi meglio alle situazioni future. 
Come counselor dobbiamo poter comunicare sempre in maniera veritiera con il nostro cliente. Alle volte all’interno del processo di counseling possono, infatti, presentarsi delle resistenze poste dal cliente. 
Sono in genere resistenze al cambiamento, per il counselor indicatori chiave circa la motivazione del cliente a proseguire in questo percorso, spesso per paura  di fronte  alle  conseguenze  di una necessaria modificazione dei propri comportamenti. 
Il counselor ha comunque il compito di rispettare queste paure o ansie, cercando dove possibile e con molto tatto di tentare di condurre il cliente ad un’esplorazione in tal senso, magari al momento opportuno. 
Esempi di resistenze possono essere: dimenticarsi dell’appuntamento con il proprio counselor, venire in ritardo, sminuire il lavoro fatto insieme, sviare dagli argomenti importanti, ostinarsi al silenzio. Tuttavia è meglio che l’agevolatore trovi un momento adatto durante il processo per parlare di tutto questo, facendo in modo di diminuire l’intensità emotiva della seduta. A volte ciò è sufficiente a sbloccare una situazione. In questo senso il counselor autorizza il cliente ad affrontare materiale carico di valenza emotiva, ma solo quando egli sarà capace di sopportarlo.
Sul piano emotivo, infatti, allo stesso tempo è importante che il professionista faccia lavorare il suo cliente nel senso di un riconoscimento delle sue emozioni e/o sentimenti, al di là delle classiche e semplici - ma insignificanti ai fini di un percorso di auto-consapevolezza - risposte tipo “male/bene”. 
Andare al di là di queste risposte significa sentirsi capaci di riconoscere emozioni e/o sentimenti, poterne parlare ora in maniera più consapevole, e in questo senso essere già sulla strada del cambiamento. Un bravo counselor va a caccia delle “Quattro Grandi Parole:rabbia, tristezza, paura, felicità”, e deve saper condurre lì il suo cliente, al riconoscimento di qualcuno di questi stati d’animo nel “Qui e Ora”.
Far prendere consapevolezza dei propri sentimenti è già un ottimo risultato in un processo di counseling, è già un valido modo per alleviare un malessere e motivare il cliente al cambiamento. In questo senso per alcuni clienti più refrattari, e meno inclini 
a manifestare e prendere coscienza delle proprie emozioni può essere utile un addestramento all’assertività per imparare a manifestare, riconoscere, esprimere i propri stati d’animo.
Tutto questo serve fin dalla prime seduta, ad  esplicitare i termini del rapporto di counseling. 
Questo significa anche puntualizzare gli obiettivi che si vogliono raggiungere e  stabilire insieme quando e come terminare il processo terapeutico, punti che comunque durante il farsi del processo potranno essere sempre ridiscutere e ri-negoziare. 
E’ poi importante fare una chiusura adeguata con semplicità, rimandando al cliente il valore del percorso che egli stesso ha compiuto, in modo che egli sappia riconoscerne il senso e non ne sminuisca gli esiti. È importante poi che anche l’agevolatore comunichi al proprio cliente in maniera non retorica e congruente ciò che per se stesso ha voluto significare l’esperienza in termini emozionali e umani.

Caterina Bonfiglio

 

 

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