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Counseling Espressivo & Arteterapie

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:::>>> ARTI-TERAPIE E COUNSELING ESPRESSIVO: RIFLESSIONI SUL FILO D’ARIANNA di Barbara Bedini

 

Danzare deve avere un fondamento diverso dalla pura tecnica e dalla routine. La tecnica è importante, ma è solo un presupposto. Certe cose si possono dire con le parole, altre con i movimenti. Ma ci sono anche dei momenti in cui si rimane senza parole, completamente perduti e disorientati, non si sa più che fare. A questo punto comincia la danza, e per motivi del tutto diversi dalla vanità. Non per dimostrare che chi danza sa fare qualcosa che uno spettatore non sa fare. Si tratta di trovare un linguaggio – fatto di parole, immagini, movimenti, atmosfere – che faccia intuire qualcosa che in noi esiste da sempre….. Non si tratta di arte, e neanche di una semplice capacità. Si tratta della vita, e dunque di trovare un linguaggio per la vita. E si tratta sempre, lo ripeto, di qualcosa che non è ancora arte, ma che potrebbe diventarlo”.

(Pina Baush)

 

Forse non tutti sanno chi è Pina Baush. Icona indiscussa del teatro-danza contemporaneo tedesco, Pina Baush è la regista-coreografa che meglio di qualsiasi altro artista è riuscita a coniugare un linguaggio emozionale fatto di gesti e parole, pezzi classici e ballate di vari paesi e periodi, attori e danzatori – i cd. danzAttori – , dentro una cornice espressionista che combina la ricerca sui sentimenti alla crudezza della loro episodica rivelazione.
Studio danza praticamente da tutta la vita, anche se in maniera discontinua. Non ho mai pensato di farne una professione, consapevole di non possedere sufficiente talento, fisico e morale, per giustificare una tale scelta, ma anche di avere così tanti interessi da non essere in grado di nutrire la mia curiosità con uno soltanto. Ad ogni modo la danza è la sola attività che sia stata in grado di tenermi legata a sé in ogni istante della mia vita. Poi è arrivato il teatro. Danzavo in una piccola compagnia semi-professionale quando il mio coreografo mi accompagnò ad uno spettacolo di Pippo Del Bono, allievo peraltro della stessa Pina Baush (buon sangue non mente!): fu amore a prima vista! Per un periodo della mia vita ricorsi al teatro, al teatro fatto da altri, intendo dire, come si prende l’aspirina quando ci viene il raffreddore: anni bui, insomma.
L’effetto era così incoraggiante che presto iniziai ad unire i corsi di danza con seminari di teatro fisico e teatro-danza, in occasione dei quali mi capitò perfino di lavorare col Living Theatre e con Judith Malina, co-fondatrice del gruppo insieme al suo compagno di allora, il regista Julian Beck.
Poi iniziarono i vari stages con le danz-Attrici del Wuppertal TanzTheatre di Pina Baush - Julie Stanzak ed Aida Vainieri fra le altre - grazie  a cui la conoscenza del metodo di lavoro della coreografa tedesca si fece poco per volta sempre più approfondita.
In  quel periodo mi resi conto che agire il teatro-danza per me non era altro che il giusto complemento del subirlo, l’altro lato della medaglia; e con subire il teatro intendo solo riferirmi al ruolo dello spettatore che siede sulla poltrona con l’intento di ricevere qualcosa, più che di offrirlo, anche se ormai tutti sappiamo che la relazione teatrale è sempre e comunque sinergica.
Sia come artista che come spettatrice, quindi, il teatro e la danza hanno sempre rappresentato per me dei compagni insostituibili di viaggio capaci di guidarmi verso una rivisitazione, una vera e propria catarsi ed una conseguente rielaborazione dei tanti fili d’Arianna su cui potevo finalmente provare a distinguere le tracce della prossima mossa.
Ad un certo punto della mia vita, l’Arte-Terapia ed il Counseling a mediazione artistica sono così sgorgati dentro di me con lo stesso moto spontaneo con cui un frutto maturo cade giù dall’albero ed viene accolto dalla terraferma, o con cui una nuova sorgente di montagna getta il suo primo zampillo d’acqua fresca.
Da allora le mie riflessioni sull’arte e sulla sua funzione terapeutica (il greco antico, tra i vari significati che da alla parola ‘terapia’ annovera “attenzione” che mi pare chiarisca meglio di qualunque altro il significato di “cura” che qui non presuppone necessariamente una malattia – concetto del tutto fuorviante e pericoloso soprattutto nel campo della salutogenesi, ma  a mio avviso anche in quello della patonogenesi, dato che le possibilità offerte dalle arti-terapie espressive, pur cambiando i soggetti, restano pur sempre le stesse) si sono moltiplicati.
In particolare, mi è capitato di riflettere a lunghe sul lavoro e le attitudini proprie delle due grandi registe di cui prima ho parlato - Judith Malina e Pina Baush -, ma anche su quelle di artisti di chiara fama come Kandinsky (ricordo ancora alcune considerazioni che espresse ne “Lo Spirituale nell’arte”), Jodoroswky (che nel suo meraviglioso libro “La danza della realtà” chiarisce una volta per tutte di non essere interessato né all’arte che intrattiene, né a quella che esprime la vanità dell’autore o che garantisce  guadagni, ma solo a quella che guarisce, all’arte come terapia, insomma. Ricordo ancora che al giornalista che gli domandò cosa intendesse per ‘terapia’, rispose candido: “Quel processo attraverso cui ci è possibile diventare se stessi”, un percorso che in qualche modo ha a che fare con l’identità, quindi, o forse anche qualcosa di più. Il libro di Vezio Ruggieri “L’identità in psicologia e in teatro”, ed. Sc. MaGi, lo spiega molto bene).
Gli attuali manuali di teatro-terapia sono soliti indicare Stanislavkij come il più grande esempio di autore teatrale che ha lavorato sul metodo di formazione dell’attore includendo, anzi, facendolo precedere da un accurato lavoro che quest’ultimo avrebbe dovuto compiere su stesso prima di essere in grado di riportare sul palco il ventaglio emotivo del personaggio e non rischiare di esserne sopraffatto  (ricordiamo i commenti della stesso Stanislavskij a proposito della prima rappresentazione dell’Otello di Shakespeare del 1898 - “Stanislavskij prova Otello” di Edo Bellingeri, 2005, Artemide ed.- ).
In realtà io credo che anche Pina Baush avrebbe molto da insegnare a tutti noi, se solo ci concedessimo il tempo di entrare con discrezione nel suo mondo. Ma qual è il metodo di lavoro della regista tedesca? In realtà si tratta di un metodo in apparenza banale: la Baush lancia un argomento su cui le interessa lavorare – e che nove volte su dieci ha a che fare con i sentimenti -, lascia i danzatori liberi di riflettere, di rielaborare, di scegliere se far parlare il corpo, le parole o i silenzi; li guida con estrema delicatezza lungo il processo di ‘rivelazione’ degli stessi; li combina fra loro in modo da dare forma ad un processo organico che da spontaneo diventa fruibile, e propone poi un feedback finale (anzi, devo dire che durante la fase di allestimento degli spettacoli  i feedback sono continui).
Non è un caso che i componenti della Compagnia che mi è capitato di conoscere mi abbiano ripetuto tutti lo stesso concetto: “Non so come, ma ognuno di noi entra in sala prove con un groviglio di emozioni, si mette a lavorare sugli stimoli che Pina suggerisce, si lascia andare ad una serie di processi introspettivi di cui Pina in fondo dirige solo il traffico; fatto sta che alla fine ne escono fuori non solo lavori pieni di creatività ed emozione, ma anche i nostri animi risanati ed entusiasti del processo a cui hanno appena preso parte, come si fosse trattato di qualcosa di sacro, di irripetibile”.
Insomma, a me sembra che Pina Baush oltre che ad essere regista sia anche un’ottima teatro-terapista!
Certo è che con le etichette bisogna stare attenti, lo so per esperienza diretta: a me, quando frequentavo il primo master in Teatro-Terapia, ed esattamente il giorno stesso della consegna dei diplomi, fu detto a chiare lettere: “ Ah no, tu non puoi fare teatro-terapia, tu non sei una psicologa!”. Oggi mi viene da sorridere se ripenso al grido che allora mi si annodò in gola (“Ah no?!.... Non posso fare Arte-Terapia? Neanche in ambito di salutogenesi? E allora perché mi avete accettata a questo master?”).
A questo punto aggiungo una seconda osservazione a cui ho sempre tenuto molto: ho sempre sentito dire che l’Arte-Terapia non mira all’esteticità del prodotto artistico, ma piuttosto al processo entro cui tale prodotto prende forma all’interno per poi avviarsi all’esterno.
Il dubbio che mi sovviene è il seguente: come si può viceversa pensare che l’Arte propriamente detta non richieda essa stessa questa profonda attenzione, anzi direi questa stretta, quasi totale aderenza al processo da cui prende le mosse? Come si fa a non constatare che l’artista preoccupato solo del risultato finale dell’opera e del tutto scollato o incosciente dei suoi moti interni  probabilmente non otterrà poi prodotti artistici di gran qualità? Non è che la forma si incrosta sui contenuti, intendo dire sui sentimenti, sulle emozioni, al solo fine di renderli visibili e di circoscriverli entro confini percepibili a se stessi e agli altri? (Ricordiamo quello che disse Michelangelo a proposito credo del suo David: “David esisteva già dentro il blocco di marmo, io non ho fatto altro che renderlo visibile”).
Forse sono stati alcuni tipi di arte, come ad esempio quella rinascimentale o quella dell’Ottocento, a puntare quasi esclusivamente alla forma, pressoché equiparando forma ad esteticità del prodotto finale, ma non è forse l’arte espressione dell’animo umano che è a sua volta espressione dello spirito che anima tutto? Cosa si intende con terapia nella locuzione Arte-Terapia? Forse un quid minus rispetto alla Psicoterapia? Io credo di no, credo anzi si alluda ad un fenomeno del tutto diverso, cioè alla funzione non solo catartica ma anche potenzialmente ristrutturante che l’espressione artistica, e la conseguente rielaborazione a livello individuale, di un vissuto disagevole comporta in chi ad essa si affida.
Come potrebbe un prodotto artistico ottenere una forma anche esteticamente gradevole trascurando l’aderenza  a questa specie di parete interna da cui ogni moto dell’animo riceve il proprio impulso genuino? Non ci si vuol forse riferire alla tecnica più che all’estetica secondo questa impostazione? Ma la tecnica è solo il mezzo, seppur nella stragrande maggioranza dei casi conditio sine qua non,  non il discrimine tra arte e non-arte – semmai tra buon artigianato e cattivo artigianato –; come  a dire che se voglio arrivare a Parigi (l’arte) devo prendere il treno (la tecnica),  ma resta chiaro che Parigi non è il treno!
Forse l’Arte-Terapia si interessa  solo del momento iniziale del processo di creazione artistica, ma secondo me non a qualcosa di diverso da quello stesso processo (“…. che non è ancora arte, ma che potrebbe diventarlo…”).
Credo anzi che questo momento sia il core del processo artistico, e che esso, quando e se unito a giuste dosi di tecnica e di talento, possa condurre senz’altro ad un prodotto classificabile entro i canoni dell’arte.
D’altronde è noto come da tempo il filosofo francese Bourdieu, uno dei massimo studiosi contemporanei di teoria dell’arte, si dia tanto da fare per evidenziare l’estrema difficoltà, e talvolta opinabilità, della definizione del concetto di arte, artista e prodotto artistico, tanto da non poter vantare alcuna idea preconcetta al riguardo se non in completa assonanza coi principi, gli stili e le tendenze di ogni singola epoca storica, influenzate da campi diversi, come quello dell’educazione, dell’economia, etc. (Bourdieu, “Le regole dell’arte”, Il Saggiatore, 1998).
Ad ogni modo la tecnica dovrebbe rivestire un certo ruolo anche nell’Arte-Terapia, se non altro per facilitare un’espressione più ampia dei vissuti emozionali interni, che, attraverso le tecniche di base del linguaggio artistico prescelto,  potrebbero certamente trovare un maggior numero di semafori verdi grazie ai quali giungere all’esterno.
Criterio ancora una volta funzionale, quindi, ma pur sempre fondamentale per il ruolo che l’Arte-Terapia è chiamata a svolgere; Arte-Terapia come sottoinsieme tra Arte e Terapia (nel suo significato di cura, o massima attenzione), microsfera bambina tra due macrosfere chiocce, e non una sorta di quid minus estraneo ad entrambe, se non vogliamo ridurla a piccolo bijoux tra le mani di chi per motivi suoi non riesce comprarsi un vero diamante.
Forse sarà solo riconoscendo l’appartenenza dell’Arte-Terapia alla sfera comune dell’Arte da un lato e della Terapia dall’altro che un giorno sarà possibile percepire fino in fondo la reale portata della sua autonomia, e riconoscere per questa via l’identità professionale dell’operatore che la esercita.
Ad ogni modo ogni conquista vuole il suo tempo: ricordo ancora le battaglie che precedettero il riconoscimento della figura professionale dello psicoterapeuta; in fondo quei tempi non sono poi tanto lontani.

 

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